La Birra Trappista (PARTE II – L’Associazione Trappista Internazionale)
La Birra Trappista parte seconda: Si entra nel vivo….
II° PASSO : L’ASSOCIAZIONE TRAPPISTA INTERNAZIONALE
Le vicessitudini legate alla rivoluzione francese prima, e alle guerre mondiali dopo, non rispiarmiarono i monasteri trappisti che più volte vennero distrutti e ricostruti.
Successivamente, con l’accrescere della fama di prodotto di qualità riferito alle birre trappiste, molti produttori di birra, legarono indebitamente i loro marchi alla denominazione “trappista”, cercando chiaramente un facile riscontro economico da tale sfruttamento.
Il risultato era garantito. Di fatto, nell’immaginario del consumatore medio di birra andava formandosi sempre più la convinzione che la birra monastica fosse di qualità superiore e garanzia di bontà, poco importava dove o da chi veniva prodotta, bastava un nome con palese riferimento religioso, una bella etichetta magari con un monaco in bella evidenza, la dicitura “trappista”, ed il gioco era fatto.
I primi passi verso una vera e propria tutela della denominazione li mosse l’Abbazia di Orval.
I monaci di Orval, tra i più aggueriti difensori della tradizione brassicola trappista, ingaggiarono degli avvocati e diedero il “la” ad un vero e proprio iter giuridico che porterà ottimi risultati. Infatti, da quel momento, l’uso abusivo della denominazione trappista è perseguibile a norma di legge, in quanto fa diretto riferimento a denominazione di origine del prodotto.
A dar mano forte ai monaci brassicoli ci penso il 6 settembre 1985 il tribunale commerciale di Bruxelles dichiarando: “Si sa ormai che il pubblico attribuisce delle caratteristiche particolari circa la qualità ai prodotti provenienti da comunità monastiche, e particolarmente provenienti da monasteri trappisti.”
Per informare il consumatore sull’origine e sull’autenticità dei prodotti trappisti e per identificarli nacquero così: l’Associazione Internazionale Trappista (AIT) e il logo “Authentic Trappist Product”.
L’Associazione Internazionale Trappista ha sede sociale a Vleteren (Belgio), promuove i valori più profondi delle attività economiche dei monasteri e vige sul rispetto della disciplinare che regola la produzione negli stessi.
Questa disciplinare si fonda su 3 requisiti fondamentali:
- La birra deve essere prodotta all’interno delle mura di un’abbazia trappista (o un muro del birrificio deve essere attiguo ad un muro dell’abbazia), da parte di monaci trappisti o sotto il loro diretto controllo.
- La produzione può essere affidata ai laici (sempre all’interno del birrificio dell’abbazia, s’intende), ma la scelta dei processi produttivi e l’orientamento commerciale devono necessariamente dipendere dalla comunità monastica.
- Lo scopo economico della produzione di birra deve essere diretto al sostentamento dei monaci e alla beneficenza e non al profitto finanziario.
La disciplinare è intransigente. Chi sbaglia viene tagliato fuori. Esempio lampante: Nel 1999, La Trappe di Koningshoeven (unica trappista olandese) strinse un accordo commerciale con un grosso gruppo industriale della birra (Bavaria). Revocata l’autorizzazione all’utilizzo del logo. Poi, nel 2005, La Trappe tornò “sulla retta via” e le loro etichette si rifregiarono dell’esagono trappista.
Attualmente il logo ‘Authentic Trappist Product’ si trova sui prodotti seguenti:
- Le birre Trappiste di Achel (B)
- La birra e il formaggio Trappista di Orval (B)
- Le birre e il formaggio Trappiste di Scourmont-Lez-Chimay (B)
- Le birre Trappiste di Rochefort (B)
- Le birre e il formaggio Trappiste di Westmalle (B)
- Le birre Trappiste di Westvleteren (B)
- Le birre Trappiste, il pane, i biscotti e il cioccolato di Tilburg – Koningshoeven (NL)
- I liquori Trappisti di Echt – Tegelen (NL)
- I liquori Trappisti di Stift Engelszell (AT)
I monaci trappisti a livello qualitativo privilegiano la qualità e non la quantità, mentre a livello pubblicitario adottano un comportamento integro e moderato. Basti pensare alle birre dell’Abbazia di St. Sixtus a Westvleteren: produzione standard, bottiglie prive addirittura di etichetta.
Ma veniamo al terzo punto della disciplinare, ovvero lo scopo economico della produzione di birra. Le birre trappiste hanno un mercato consolidato, si vendono, e anche bene aggiungerei, e tutto ciò si traduce in un evidente riscontro economico. Ma la domanda è: Che fine fanno tutti questi soldi? Solo sostentamento e opere caritatevoli?
In realtà i monaci vanno alla costante ricerca dell’eccellenza relativamente ai loro prodotti, anche seguendo la strada dell’uso della tecnologia moderna. Tecnologia che ha naturalmente un prezzo (a volte si parla di tecnologie che si possono trovare solo nei birrifici più grandi del mondo) e il cui acquisto sarà valutato dai monaci attentamente solo se offre la garanzia reale di migliorare la produzione preservando le caratteristiche fondamentali del prodotto.
Francesco Donato
Ti potrebbe interessare anche:






